Los Angeles. Qui non sanno nemmeno bene dire se c’è una squadra di football della città (la risposta sarebbe sì). Qui e adesso lo sport, tutto lo sport è basket, flipper di muscoli e piedi ballerini che volano avanti e indietro in un campetto di venti metri, con ventimila persone che urlano e sbraitano, preferibilmente con una birra in mano. È una partita che sa di amaro, e le ventimila persone a guardarlo lo sanno. Giocano i Los Angeles Lakers contro gli Utah, una partita che ha ben poco da offrire in palio al vincitore sia per l’una sia per l’altra squadra, ma questo le ventimila persone sugli spalti ignorano. Perché questa è una partita che sa già di storia. Per chi ama i confini, che storia. Dieci persone in campo e gli occhi di tutta l’America e di gran parte del mondo sono fissi su un solo numero, il 24 in maglia gialla-viola; l’uomo che ha portato i Lakers al titolo e che firmato per sempre il suo nome a questo sport. Anche se a guardarlo, questo numero 24,  sembra una persona normale che si sta divertendo a giocare a pallone. E ce ne vuole ad essere normali quando tutto un palazzetto invoca il tuo nome, quando per tutta una vita si aspettano sempre qualcosa di incredibile da te, quando per tutta una carriera senti la pressione della sconfitta fino al collo. Ma lui, niente. Occhi da ragazzino felice, e una faccia che non la smette più di sorridere.

Manca qualche minuto a fine partita e lui ne ha già messi 45, di punti. Che vuoi che siano. Nonostante ciò, il tabellone non regala sconti alle leggende e il risultato parla chiaro: Lakers sotto di dieci. Ma la gente non smette di urlare e tifare il suo nome. Poteva passare anche Dio, lì, a Los Angeles, in quel momento, ma la gente avrebbe continuato a guardare lui. Il numero 24, in sintesi: Kobe Bryant.

E sarebbe già poetico così, finire la propria carriera segnando un sacco di punti nell’ultima partita a casa propria. Ma il fatto è che questo sport non ne vuole proprio sapere di smettere di dare spettacolo; ogni tanto sembra davvero che a scrivere i destini ci sia dietro le quinte uno sceneggiatore che è un genio. Quello che ha scritto la carriera e di Kobe, beh, quello è un fenomeno. Perché è proprio lì, quando tutto sembra già magnifico, a 180 secondi circa dalla fine di una delle più belle storie d’amore fra un giocatore e il basket, proprio lì, lo sceneggiatore decide che vuole ancora farti sognare. Kobe Bryant, con alle spalle 38 anni di allenamenti e partite, e con altrettante sconfitte, rimpianti, vittorie e successi, ecco che decide di regalare al mondo il suo ultimo viaggio. Prende la palla e fa quello che gli riesce meglio: segna. Segna da tre, da due, sui tiri liberi, con il fallo. Segna e non la smette più. E piano piano, quella partita amara che sembrava persa, si riapre. E Kobe segna. E arriva il pareggio. E Kobe segna. E arriva il vantaggio. E la gente sulle tribune continua ad urlare e anche tu urli perché quando i sogni si incarnano dentro le leggende, non puoi che perdere il controllo e gioire come un bambino che tocca la palla da basket per la prima volta. Perché vedere Kobe Bryant giocare è così. Provi la stessa emozioni di quando giocavi tu e tutto ti sembrava possibile, perché quando ha la palla lui, Kobe, tutto è possibile. E intanto lui segna, e segna, e segna ancora.

Non c’è più nessuno a Los Angeles. Niente più Lakers, niente più Utah. Non c’è nemmeno la pallacanestro e il pubblico in quel momento lì. C’è solo un giocatore che gioca con un’eleganza di un ballerino e una ferocia da leone. Un giocatore che ha voluto mettere fine alla sua carriera facendo uno dei gesti più belli che si possono fare nella nostra vita: dare tutto sé stessi, e anche di più, per ciò che si ama. E non importa essere cestisti per capirlo. Basta solo pensare che le leggende non sono quelle che alla fine vincono tutto e se ne vanno col tavolo pulito, Le leggende si notano dai dettagli. E il dettaglio di Kobe Bryant, sul fine partita, a fine carriera, con un città e una nazione che lo adora, è lui, lì che sorride. Chissà quante difficoltà avrà superato con quel sorriso. Chissà quante altre storie avrebbe potuto raccontare, con quel sorriso. Per ora, quel sorriso nei campi da basket (ci) ha regalato alcune fra le più belle emozioni della nostra vita. E non ci resta che finire di raccontarlo.

Tiro libero per Kobe. Il primo e ora l’ultimo della sua carriera. Lo mette, ovviamente.
Più tre Lakers. Negli ultimi secondi, Utah prova a segnare ma la palla rimbalza sul ferro ed esce. La prende Kobe e la lancia in aria come un’aforisma di Oscar Wilde nella letteratura, ne esce un ultimo assist e un’ultima schiacciata. Ultima gloria di una carriera gloriosa. The end. Lakers vincono. Bryant nella leggenda.
Trovate quello sceneggiatore: è un genio.

Tommaso Leotta (tommaso_leotta98@outlook.it)